​​

Bove Fiorentina
Foto: Vicario/Fiorentinanews.com

La nuova isola felice di Edoardo Bove si chiama Watford. Si allena a Nord di Londra, gioca in Championship e ha una proprietà italiana. Un ambiente familiare da cui ripartire. Con tanta voglia e una grande consapevolezza a Sky Sport: "Dall'ultimo anno porto indietro molte lezioni, sono fiero del mio percorso. Ora voglio ritrovare l'amore con il pallone: senza calcio sentivo che mancasse un pezzo della mia vita". 

Bove torna a parlare dopo la sua nuova esperienza 

"Mi sento abbastanza in controllo delle mie scelte: ho avuto molto tempo per pensare e stare con me stesso. Ho coltivato anche altre passioni oltre al calcio. Ora sono felice di ripartire: mi mancava qualcosa, sono contento di riportare il calcio al centro della mia vita e poter stare di nuovo in uno spogliatoio. Durante la presentazione allo stadio il fatto di poter toccare la maglia è stata una grandissima emozione: quando un ragazzo pensa al calcio, pensa alla maglietta e al pallone. Per ora mi hanno dato la prima, tra poco arriverà anche il secondo. Sono molto contento".

Sul passaggio al Watford 

"Per ora non posso giocare in Italia, ma sicuramente non volevo stare con le braccia conserte ad aspettare un cambio di regolamento. In futuro non so cosa accadrà, ma tengo a specificare che il Watford non è una seconda scelta. Era già un mio obiettivo giocare in Inghilterra: mi piace il calcio inglese, il ritmo. Il Watford è un club con una grande ambizione, è sempre stato in Premier League e ci vuole tornare. Da parte della proprietà c'è sempre stata grande disponibilità. Abbiamo analizzato insieme il mio percorso, sono felice e grato dell'opportunità che mi hanno dato"

È vero che questa trattativa è nata in aeroporto prima di Udinese-Fiorentina?

“Sì, si può dire così. Ultima giornata della scorsa stagione: con la Fiorentina giochiamo a Udine, partita pesantissima per qualificarsi in Conference League. Atterro a Trieste, ma non trovo il taxi per raggiungere la squadra a Udine. Poi mi sento toccare alle spalle e un uomo in giacca e cravatta si presenta: "Sono Gian Luca Nani, il direttore dell'Udinese e del Watford. Se vuoi ti diamo un passaggio noi fino a Udine". Tra l'altro dovevamo andare nello stesso albergo. All'inizio sono incerto: non lo conoscevo, ma era vestito come un direttore quindi penso: "Va bene, fidiamoci, al massimo conosciamo una nuova persona". Durante il tragitto mi fa una battuta: "Dai, vieni a giocare con noi". Io in quel periodo nemmeno pensavo a tornare a giocare perché non avevo ancora finito i controlli, ma per me quello è stato un segno del destino: ho voluto pensare che dovesse andare così. Sono davvero contento di aver preso questa scelta. E quel volo".

Poi su Roma e Fiorentina 

"C'è questo legame indissolubile e difficile da descrivere se non sai usare le parole giuste. Già il primo distacco quando sono andato alla Fiorentina è stato molto duro, ma di grande crescita, perché lasci casa per la prima volta. La risoluzione del contratto è stata quasi obbligata per tornare a giocare. È stata una grande emozione tornare all'Olimpico e salutare i tifosi. Questo legame c'è da sempre e non finirà mai".

Speri in cuor tuo sia solo un arrivederci?

"Credo che non ci sia nessuno che più di me riesce a pensare solo al presente, per tutto quel che mi è successo. Il Watford ora è una grande opportunità per far bene: sono davvero concentrato su questo".

Casa per te è stata anche la Boreale. Sei proprietario del centro sportivo, che hai chiamato Casa Viola prima ancora di andare alla Fiorentina

"Vorrei che ogni ragazzo avesse la possibilità di crescere, come è stato per me, in un ambiente sano, dove poter pensare - come ho detto prima - alla maglia, al pallone e nient'altro. È quello che cerchiamo di fare con Casa Viola: non è facile a Roma dove molte strutture vanno migliorate. Lì organizziamo anche iniziative di primo soccorso. Al di là di quel che è successo a me, penso sia proprio un fatto culturale che vada cambiato in Italia. Se chiediamo in giro qual è il numero dell'ambulanza magari alcuni non lo sanno, e troppe poche persone hanno fatto corsi di primo soccorso. A Casa Viola vogliamo formare tutti e cinquecento i nostri ragazzi, perché bisogna partire dai più piccoli. Abbiamo già iniziato anche i corsi per gli allenatori, che sono i primi a dover intervenire".


💬 Commenti