Nessuna caccia alle colpe, il grave malato della Fiorentina è un intero gruppo senza guida. Le evidenti responsabilità di Vanoli e la "testa nel carro armato"

Con il pari interno contro il Torino, il momento positivo della Fiorentina sembra già archiviato mentre la classifica torna a far risuonare l’allarme rosso. E non solo perché, alla 24esima giornata la squadra viola continua a non avere un minimo di continuità sul piano dei risultati (1 punto in tre partite, contro i 3 di Lecce, Genoa e Parma o i 4 proprio del Torino), proprio perché persiste quella sensazione di eterna distrazione e minor combattività della squadra, come se non fosse ancora pienamente consapevole della situazione rispetto alle sue rivali.
Un gruppo smarrito e poco consapevole della situazione
La caccia alle colpe individuali per la vittoria sfumata nel finale (ennesima situazione che si ripete nella stagione) in questo diventa persino superflua. Abbastanza stolto ridurre il tutto al fallo ingenuamente concesso da Comuzzo per un’esitazione fatale, dalla cui punizione nasce il 2-2, o dalla passività nelle marcature sulla punizione stessa. Come lo è cercare un’unica imputazione verso Dodô sulla rete di Casadei, vista – di nuovo – l’esitazione collettiva che porta Fagioli a chiamare un cambio marcatura su una palla scoperta nella trequarti. Piuttosto, risulta sempre più evidente come sia il gruppo, nella sua totalità, ad esser ancora il grande malato della situazione, così privo di guida e senso di responsabilità in campo, e così vistosamente poco conscio del peso di ogni singolo pallone giocato, di ogni singola scelta.
E Vanoli ha ben poche attenuanti: il difetto principale del tecnico, “risucchiato” dall'ansia
Qui, soprattutto qui, subentrano le responsabilità del tecnico. Vanoli finora è riuscito “solo” a dare un assetto tattico più coerente alla squadra e a reimpostarla su alcuni precisi principi tattici: qualcosa di completamente assente in precedenza. Ma mentre restano aperte varie contraddizioni sulle consegne e sulle scelte dei singoli, sul piano psicologico non c’è stata alcuna sostanziale inversione di tendenza, anzi; Vanoli stesso sembra venir travolto da quel misto di ansia, paure e superficialità che aleggia a ondate sulla squadra. Alla fine è bastato veramente poco al Torino per riprendere la partita, facendo leva anche a livello di disposizione in campo su pochi basilari meccanismi che la Fiorentina d’improvviso aveva lasciato sguarniti, senza un vero perché (si pensi proprio al fallo di Comuzzo: era la terza-quarta volta in pochi minuti che il giovane difensore viola doveva rompere la linea di parecchi metri per tamponare la corsia destra, in balia dell’avversario dopo l’ingresso di Aboukhlal, e ancor più dopo il passaggio a tre dietro).
Un esempio? L'enigma Solomon
Ad esempio, il fatto stesso che la via trovata dalla Fiorentina per raddrizzare temporaneamente la partita contro il Torino derivi, in sostanza, dall’infortunio accorso a Gudmundsson, dice tanto delle persistenti difficoltà di messa in campo della squadra. Beninteso, non perché l'islandese nel primo tempo avesse fatto male (anzi), quanto piuttosto perché è di nuovo apparso evidente come la casella di maggior agio per Solomon sia quella dell’esterno di sinistra, dove ha maggior facilità di entrare dentro il campo dopo aver preso l’ampiezza, e liberare il suo piede forte. E quel cambio di posizione (con l’ingresso stavolta di un buon Harrison) alla fine risulta esser l’unica mossa azzeccata a gara in corso dal mister.
La “testa nel carro armato” va messa per davvero
Nella corsa salvezza ormai sempre più serrata e contro il tempo, la Fiorentina (che ha, tocca ricordarlo, una sola vittoria negli scontri diretti, l’1-0 allo scadere alla Cremonese) è di certo sulla carta la squadra con le risorse tecniche maggiori, ma sembra al contempo la meno determinata e la meno capace di dare risposte e trovare soluzioni. Paratici, nella sua conferenza stampa di presentazione, aveva spiegato (sorridendo ma non troppo)l’espressione della “testa nel carro armato”, sottolineando come la Fiorentina abbia tutti i mezzi a disposizione per far bene, ma debba – parafrasando – volere la salvezza, volere il raggiungimento dell’obiettivo. Ad oggi, è evidente che il far bene, il far buone partite, non basta più. Serve anche qualcos’altro, qualcosa che può germogliare solo da dentro la squadra, dalla testa prima ancora che dalle gambe dei giocatori. E del mister.



