Tre allenatori "fatti fuori" dopo appena cinque partite di Serie A. Un filo rosso che collega gli addii e una situazione che chiama a riflessioni

Sono tre gli allenatori che hanno lasciato il proprio posto in panchina nelle prime cinque giornate di Serie A: Grosso alla Fiorentina, Tedesco al Bologna e Cuesta al Parma. Tre progetti che hanno visto calare il sipario molto presto, forse troppo presto rispetto alle aspettative con cui erano stati costruiti e a quelle dei tifosi.
I tre progetti
A Firenze e a Bologna si era ripartiti da zero quest’estate, con due nuovi allenatori chiamati ad aprire un nuovo ciclo. A Parma, invece, si era scelto di continuare con Cuesta, tecnico spagnolo che aveva mostrato buone cose nella stagione precedente. Dietro ai tre addii ci sono ovviamente ragioni e particolarità diverse, ma un filo rosso, che va oltre i risultati sul campo, sembra accomunare le tre vicende. Perché i soli risultati, dopo appena cinque partite, sembrerebbero una motivazione forse fin troppo severa per decretare la fine di un progetto appena nato.
Dissidi di mercato
A Firenze, così come a Bologna e Parma, i dissidi legati alle mosse di mercato sarebbero stati la miccia che ha fatto esplodere una frattura tra società e allenatori. Acquisti pensati dai soli direttori sportivi, cessioni non preventivate, strategie di mercato non condivise fino in fondo. Situazioni che, una volta portate all’interno di uno spogliatoio, rischiano inevitabilmente di compromettere il rapporto tra chi deve costruire la squadra, chi quella squadra deve poi allenarla e i giocatori stessi, che si trovano in mezzo al “conflitto”. A Firenze, dove si era iniziato un nuovo capitolo anche sulla base dell'ottimo rapporto tra Paratici e Grosso, nato ai tempi della Juventus, si è arrivati addirittura in tribunale. E viene da chiedersi cosa sarebbe successo se, invece, quel rapporto fosse stato normale.
Il calcio è cambiato, ma…
Il calcio è cambiato, e con lui è cambiata anche la velocità con cui vengono prese le decisioni. Ma forse la riflessione va fatta lontano dai riflettori del solito motto accusatorio “il progetto è fallito troppo presto”, ma sotto la lente d’ingrandimento delle decisioni prese a monte e del ruolo che i dirigenti hanno oggi nel calcio. Forse serve essere chiari fin dall’inizio su chi sta dove, su chi decide cosa e su quale sia realmente il progetto da portare avanti. Ma per davvero. Perché un allenatore non può essere chiamato a costruire una squadra se poi non condivide le scelte con cui quella squadra viene costruita. Probabilmente si eviterebbero terremoti dopo poche giornate. Ma dal calcio italiano ormai si sa, ci si può e ci si deve aspettare di tutto.



