Una batosta che riporta i piedi per terra, un confronto impari che lascia atterriti. Resta solo la speranza

La sconfitta pesante di Londra è un brusco bagno di realtà per la Fiorentina, forse cullatasi un po’ troppo nell’illusione della Conference come ancora di salvezza di una stagione maledetta. All’oggi, il 3-0 riduce al lumicino le possibilità di passaggio del turno, e il confronto in campo – al netto delle pesanti assenze viola – lascia la sensazione di un divario tecnico, tattico e atletico abissale tra le due squadre.
Due ritmi diversi
Per quanto episodi e gaffe individuali possano aver inciso in negativo sul risultato, rendendo particolarmente semplice il compito del Crystal Palace, è comunque apparsa evidente la diversa velocità di gioco proposta dai londinesi rispetto agli uomini di Vanoli. La squadra di Glasner, ironicamente disposta con una difesa a 3 bloccata (tanto per restare nel tema recente relativo ai fallimenti della Nazionale), si è mostrata capace di mantenere, salvo poche pause, ritmi e intensità con e senza palla fuoriscala per una Fiorentina non abituata a questi standard e, come visto a Verona e ribadito dall’infermeria, tutt’altro che in condizione atletica brillante. Forse, e al di là delle prove individuali, a colpire in negativo è stata l’impotenza su duelli e riaggressioni della zona centrale del campo, dove il 3-4-3 londinese teoricamente offriva la superiorità numerica ai viola, ma nella sostanza le nostre due mezzali “muscolari” Ndour e Fabbian sono state manipolate a piacimento dalla qualità di Kamada e Wharton.
Zero creatività
Enormi sono state le difficoltà della Fiorentina anche nella costruzione del gioco. Tolte un paio di occasioni di Piccoli (mai premiato dai suoi continui attacchi alla profondità) costruite decentemente, l’unica situazione realmente pericolosa dei viola – la traversa di Fabbian – è una ripartenza in verticale fatta nell’unico momento di abbassamento di ritmi del Crystal Palace. Fagioli è stato stritolato dalla prima pressione avversaria, e sfiancato in non possesso dalle dispendiose scalate richieste dalla manovra dei londinesi, mirata a sovraccaricare la zona centrale per isolare i quarti di centrocampo sull’ampiezza. Tolto di mezzo il playmaker gigliato, per i padroni di casa è stato semplice sterilizzare ogni tentativo di manovra avversaria, vista anche la serata particolarmente abulica delle altre due potenziali fonti di gioco viola (Dodo e Gudmundsson), e l’assenza di un giocatore come Parisi in grado all’occorrenza anche di risalire il campo di forza con spunti individuali.
Tornare coi piedi per terra
Forse, almeno a livello di piazza, nell’avvicinamento a questa partita ci si è un po’ fatti condizionare da fattori emotivi ed episodici, quali le fatiche fatte dal Crystal Palace nel turno precedente contro l’AEK Larnaca (con i ciprioti autori di una stoica partita difensiva) o la classifica dei londinesi in Premier, non tanto più brillante di quella della Fiorentina. E nel confrontare le due squadre probabilmente si è sottovalutato il peso delle tante assenze – debilitanti soprattutto nel dare modo di preparare in maniera differente la partita, viste le scelte ridotte all’osso – e della condizione psicofisica degli uomini di Vanoli, che se in campionato hanno imboccato a livello di risultati la strada giusta per la salvezza, rimangono comunque una compagine troppo carica di problemi per dirsi competitiva. Oggi, parlare di impresa in vista del ritorno al Franchi è a dir poco velleitario per quanto visto. Non resta che affidarsi ai recuperi di alcuni giocatori, e alla speranza, ultima a morire.
