Jørgensen: "Firenze vuole vedere gente che ama la maglia, la città e la Fiorentina. Vi racconto quando mi comprarono per 500 euro"
Martin Jørgensen è forse uno dei giocatori più amati della storia della Fiorentina. La sua semplicità, la sua qualità e il suo carattere lo hanno portato a entrare nel cuore della tifoseria viola, che lo accoglie in città sempre in maniera affettuosa. Il suo passato a Firenze lo ha raccontato l'ex centrocampista danese a Ultimo Uomo in una bella e lunga intervista.
Sul suo arrivo a Firenze
"Se mi sono sentito sottovalutato? No, per niente. Io quando sono andato via dall'Udinese non volevo andare via in comproprietà, ma volevo anche andare via. La Fiorentina in quel periodo era neopromossa e aveva bisogno di acquistare tanti giocatori. Mi hanno spiegato: se vuoi venire a Firenze dobbiamo fare così. Poi io ero convinto che dopo un anno era una cosa facile a mettersi d'accordo con il prezzo della seconda metà. Però poi le cose sono andate un po' storte perché a Firenze abbiamo avuto difficoltà a salvarci, è cambiato il direttore sportivo, mentre l'Udinese si era qualificata per la Champions League. A quel punto l'Udinese mi ha chiesto se volevo tornare a Udine a giocare in Champions League, ma io non volevo, per me sarebbe stata una sconfitta. Alla fine ho detto: va bene, torno ma con il contratto della Fiorentina, sapendo che all'Udinese sicuramente non sarebbe andata bene. Alla fine l'Udinese ha messo zero euro - perché me lo avevano anche promesso - e la Fiorentina ha messo 500 euro per la seconda parte. Per me però è stata più una scommessa che una sconfitta. Io ero sicuro di quello che avevo fatto vedere nel primo anno a Firenze. Era stato un anno difficile, anche con la squadra e la società, ma ero convinto di poter fare molto meglio. E infatti, dopo il primo anno di Prandelli, è andato tutto abbastanza bene, fino all'ultimo".
L'approdo in viola
“Se volevo arrivare a Firenze? Forse non alla Fiorentina ma in una squadra più grande dell'Udinese sicuramente. Avevo anche un'offerta dal Parma nel 2000 e altre varie piccole trattative. Poi però per un motivo o l'altro non si è mai concretizzato niente. E poi la Fiorentina mi sembrava una piazza importante, anche se sapevo difficile, ed è stato effettivamente così”.
Prime difficoltà
“Il primo anno forse qualcuno tra i tifosi non capiva come mai continuare con Jorgensen; perché non avevo fatto vedere quello che si pensava. Io però ho sempre cercato di dare il mio meglio e in quel momento in cui contro il Cagliari, prima ho recuperato la palla e poi un attimo dopo ho segnato il gol decisivo del 2-1, credo sia scattato qualcosa. Ho fatto vedere che ero un giocatore su cui si poteva puntare e il pubblico ha visto uno che lottava, che correva e aveva anche un po' di qualità… Forse di testa, forse di piedi… Sapevo fare un po' di tutto. Ma se devo trovare una cosa che mi ha portato in alto quella è la testa: continuare a lavorare giorno dopo giorno, sapendo che c'erano giocatori più forti di me, più veloci, più bravi tecnicamente. Io invece avevo un po' di tutto".
L'atmosfera di Firenze
“L'amore per la società, l'attaccamento alla squadra, alla maglia. Se lo paragoni alla Danimarca… il calcio qui è il 10% di quello che è in Italia. E, senza offendere nessuno a Udine, l’Udinese rispetto alla Fiorentina è a metà - come tifoseria, come importanza per la gente. Sentire quella passione che c’è a Firenze per il calcio, per la squadra, per i giocatori: tutto questo mi ha fatto capire che se volevo avere degli anni buoni a Firenze dovevo calarmi in quella mentalità. Lavorare, correre. Ovviamente si sbaglia, ma si può sempre riprovare: i fiorentini alla fine vogliono vedere qualcuno che ama la città, la società e la maglia”.
Differenze
“Sì, mi manca la vita del calciatore. Tutto quello che sta intorno. Quando giocavo io - sembra una vita fa - eravamo più legati alla società e alla città in cui si giocava. Ora vedo più distanza tra i giocatori e i tifosi e la città. Questo secondo me è un peccato perché io sono stato bene a Udine e a Firenze perché ho vissuto le due città. E lo stesso hanno fatto tanti miei compagni di squadra. A Firenze io ero tranquillo, ma anche i miei compagni che vivevano in centro a Firenze potevano andare a mangiare, ogni tanto si usciva anche. Prandelli lo sapeva, avevamo il permesso, bisognava solo andare e tornare tutti insieme".
Su Prandelli
“Era tranquillo, anche perché c'era un gruppo di ragazzi che stava bene insieme e poi il fatto più importante è che domenica si vinceva quasi sempre, allora era anche permesso di uscire un mercoledì, una volta ogni due mesi. Però per me la cosa più importante è che noi abbiamo vissuto la città, i tifosi ci hanno conosciuto anche fuori dal campo e non solo al suo interno”.
Su quella Fiorentina lì
“Non abbiamo vinto un trofeo ma abbiamo vinto tante partite perché c'era un gruppo. C'erano i vecchietti, i giovani, i fuoriclasse, i fuori di testa… Mutu, senza offendere, era un po' difficile. Osvaldo, Kuzmanovic. Quelli che davano anche un po' di allegria, che andavano un po' fuori le righe. Però c’era, ed era fondamentale, rispetto tra di noi. Tra i giocatori che facevano gol; Frey che parava; Pasqual, Gobbi, Ujfalusi che stavano lì a difendere. Ognuno sapeva che per vincere avevamo bisogno di tutti. Anche quello che giocava meno doveva sentirsi importante. E da quel punto di vista è stato bravo Prandelli a farci sentire importanti tutti, ma anche tra di noi a creare un ambiente dove anche il più bravo, anche il fenomeno stava dentro le regole di tutti e portava la camicia e la cravatta, se c'era da portare la camicia e la cravatta”.


