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Rolando Mandragora
Mandragora non esulta dopo il gol alla Fiorentina. Foto: Vicario/Fiorentinanews.com

E’ opportuno, come troppo spesso accade nel calcio, non far memoria da pesciolino rosso. Fino a tre mesi fa la tabula rasa della rosa 2025/26 era invocata urbi et orbi ed era una richiesta sacrosanta, per un gruppo che andava smembrato nel suo zoccolo duro (a meno che non si creda che il disastro dell'anno scorso l'abbiano causato Braschi e Lezzerini). Oltretutto sul piatto c'erano anche ingaggi pesanti da mettere in conto, quelli di Mandragora e Gudmundsson ad esempio.

La rete del centrocampista di ieri ha aperto il fronte, inutile, dei rimpianti: anche fosse rimasto, ieri Mandragora non sarebbe partito titolare, almeno stando alle scelte di Grosso nelle gare precedenti. E in ogni caso, la sua resa media non è mai stata sopra le righe, salvo i momenti in cui pescava il jolly da fuori, un po' come ieri. Ma questo era parere più o meno comune, così come il fatto che in uno degli episodi più emblematici del caos di un anno fa (sul dischetto a Reggio Emilia) ci fosse proprio lui. Poi certo, il centrocampo viola è corto e quando scherzi col destino poi ti viene presentato il conto: il neo infortunato di ieri è stato proprio un centrocampista, Oulai.

La favoletta della famiglia

La Fiorentina targata Commisso è stata impostata fin dai suoi albori sul paternalismo, la famiglia, la gestione da osteria. E proprio alla famiglia ha fatto riferimento il buon Rolly quando ha lanciato il suo saluto a Firenze. Una famiglia talmente sana, quella dell'anno scorso, che stava portando la Fiorentina in Serie B. E facendo calcio da famiglia, il club non ha mai fatto il salto di qualità che è spettato invece ad altre concorrenti (Atalanta, Bologna, Como). Ma tutto questo andrebbe ricordato, senza lasciarsi trascinare dall'isteria del momento.


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