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Fiorentina saluti
Foto: Vicario/Fiorentinanews.com

C’è un dato che gira, che fa rumore, che qualcuno prova anche a raccontare con entusiasmo. Il 72% dei punti della Fiorentina è arrivato nel 2026: ventitré su trentadue. Numeri che, letti così, sembrano il segno di una squadra in crescita, di un gruppo che ha trovato finalmente la strada, di un progetto che sta dando i suoi frutti.

E invece no. O meglio: non solo.

Perché se ti fermi un attimo, se smetti di guardare quel numero con occhi compiacenti e inizi a leggerlo per quello che è davvero, capisci subito che non è una medaglia da esibire. È un atto d’accusa.

Non è una sorpresa, è un ritardo

Il punto è semplice, quasi brutale nella sua evidenza: se oggi la Fiorentina è capace di fare questi numeri, vuol dire che questa Fiorentina esisteva anche prima. Non è nata a gennaio, non è sbucata fuori per caso, non è un’invenzione dell’ultimo momento.

Era già lì.

E allora la domanda diventa inevitabile, quasi fastidiosa: perché non si è vista per mesi? Perché abbiamo assistito a una squadra intermittente, fragile, incapace di dare continuità a prestazioni anche buone? Perché ogni volta che sembrava arrivato il salto di qualità, puntualmente si tornava indietro?

Questo dato, se letto con onestà, racconta più il ritardo che il merito.

Verona, tre punti e basta

La vittoria di Verona rientra perfettamente in questo discorso. È una vittoria pesante, certo, perché porta punti veri, perché allontana paure concrete, perché permette di respirare un po’ di più in classifica.

Ma non è una prova di forza. Non è una partita che cambia il giudizio complessivo.

Un tiro in porta, un gol. Partita portata a casa con cinismo, con attenzione, anche con un pizzico di fortuna. Tutto giusto, per carità. Le squadre che si salvano sanno anche vincere così.

Ma guai a trasformarla in qualcosa che non è.

Il vero problema è sempre stato la testa

La sensazione, sempre più chiara, è che il limite di questa squadra non sia mai stato tecnico. Non è una questione di qualità, perché la qualità, quando viene fuori, si vede tutta. Non è nemmeno una questione di singoli, perché i giocatori ci sono e hanno dimostrato di poter fare la differenza.

Il problema è stato un altro, molto più difficile da gestire: la continuità mentale.

Troppi alti e bassi, troppe partite approcciate male, troppi momenti in cui la squadra si è sciolta senza una vera spiegazione. E nel calcio, quello vero, questo tipo di fragilità non si perdona.

Adesso non ci sono più alibi

Ed è proprio qui che quel famoso 72% cambia significato. Perché da oggi in poi non può più essere usato come un vanto, ma diventa una responsabilità.

Perché se sei capace di fare tutto questo in pochi mesi, allora non puoi più permetterti di tornare indietro. Non puoi più nasconderti dietro le scuse, dietro gli episodi, dietro le difficoltà del calendario.

Adesso la Fiorentina è chiamata a dimostrare una cosa molto semplice, ma decisiva: che questa versione non è un’eccezione, ma la regola.

Perché nel calcio, alla fine, il discorso è sempre quello. Se puoi farlo, non è più una scelta.

È un dovere.


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