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Alessandro Ferrari
Alessandro Ferrari. Foto: Vicario/Fiorentinanews.com

I cori, gli striscioni, il clima incendiario della prima parte della stagione non l'avranno sfiorato ma i fatti dicono che c'è un un minimo comun denominatore di questi sette (e anche di più) anni di malagestione da parte della famiglia Commisso: l'unico dirigente superstite, Alessandro Ferrari. L'ex responsabile comunicazione, promosso Direttore Generale e tutt'oggi un po' factotum, uomo della proprietà e filo diretto con l'America.

Una figura del tutto nuova e improvvisata nel ruolo, come improvvisata è sempre stata la gestione della famiglia Commisso, basata sul paternalismo, il buonismo, la conservazione dello status quo e l'incapacità di adottare parametri di giudizio sani e attinenti alla realtà sportiva. La sua corsa ai ripari con il ripescaggio di Paratici è una pagina ancora tutta da scrivere e rappresenta l'unico (e ultimo) lumicino di speranza.

Il pesce puzza sempre dalla testa

Una stagione così oscena comunque non si imbastisce da sola e molto del (de)merito evidentemente è di chi al vertice c'è da sempre e che fino a pochi mesi fa pensava forse di essere diventato un novello Galliani. Nella mini-resa dei conti andata in scena ieri tra nottata e partita al Franchi, il peso e le colpe dell'ignobile stagione sono state gettate interamente addosso alla squadra. Indecente sì ma comunque ultimo anello della catena. Pradè e Pioli avevano già avuto la loro parte nel momento dei rispettivi addii. Nessun riferimento invece all'uomo della famiglia e neanche alla proprietà, mai citata, non si sa se per ostinata fedeltà o sconsolata desolazione. Resta ancora opaco lo spazio di manovra che da uomo non-di-calcio, avrà ancora Ferrari nell'ennesima ricostruzione della Fiorentina. Che sia a livello tecnico o anche solo supervisionale. Dopo sette anni di balocchi, sarebbe anche l'ora di lasciar decidere a chi il calcio l'ha reso proprio mestiere da una vita.


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