Dopo otto giornate la Fiorentina è ancora un quesito aperto. Paratici, ormai la frittata è fatta: in futuro...

Che la Fiorentina esca battuta di misura da San Siro, rimontata all’ultimo secondo dall’Inter, a cose normali non sarebbe una tragedia pur lasciando l’amaro in bocca. Non lo sarebbe nemmeno il fatto che, in buona sostanza, la situazione di vantaggio a Milano fosse completamente episodica, nel quadro di una partita che la Viola aveva pensato di affrontare pensando più a come difendersi che a come far male.
Il problema è in quale momento, e in quale calendario, arriva la sconfitta contro i nerazzurri. Quella del Meazza è la terza sconfitta di fila dalla ripartenza del campionato dopo la pausa nazionali, alla quale la squadra di Vanoli era arrivata con un accenno di ripresa e rinnovata fiducia proprio dopo il subentro del tecnico a Fabio Grosso, a sua volta autore di tre sconfitte di fila nelle prime tre giornate. Fanno sei KO in otto partite, e non possono non rappresentare quella che in gergo è chiamata “crisi”, pure al netto delle difficoltà di avversari presenti e futuri (a Como e Inter seguiranno le più altalenanti, ma non meno insidiose, Atalanta Sassuolo e Juventus).
Manca la quadra… ma quale può essere?
Paolo Vanoli, pur animato da tutt’altra verve e fiducia rispetto a Grosso e pur con l’ovvia scusante di dover recuperare almeno tre mesi di lavoro, sta comunque annaspando nel definire identità e principi tattici univoci alla squadra, scontrandosi con alcune di quelle stesse difficoltà che hanno portato alla capitolazione di Grosso. Precisiamo: non si tratta di questioni relativi ai valori tecnici individuali, bensì a quella necessità – fondante in una rosa di calcio – di trasformare una sommatoria di calciatori in una squadra che pensa all’unisono. Ci sono i giocatori ma va trovata una quadra: quale possa essere la quadra è domanda che in tanti si sono posti già dall’estate, e la problematica principale della Fiorentina a oggi sta proprio nel fatto che la domanda persista senza risposta.
Il tecnico viola, ad esempio, da quando è arrivato ha alternato in maniera costante una linea difensiva a “3 e mezzo” con un terzino bloccato (Viery) a una con due terzini di spinta (con Valdepeñas al posto del brasiliano). Questo per cercare un punto d’equilibrio tra due esigenze contrapposte: quella di render sostenibile la presenza di un giocatore di caratteristiche prettamente offensive come Jimenez insieme all’ampia batteria di trequarti a disposizione (Viery ha giocato “terzino” in partite dove la Fiorentina schierava allo stesso tempo tre trequartisti + Fagioli in mezzo), e quella di valorizzare in termini offensivi le qualità in possesso dei nostri singoli (la gara con il Napoli ne è stata un esempio, con l’ingresso proprio di Valdepeñas per Viery all’intervallo, che ha permesso di levar un uomo da Njie e di far rialzare il baricentro alla squadra). Ma, di fatto, né questa alternanza né altre hanno dato a Vanoli risultati tangibili in termini di stabilità.
Di nuovo un centrocampo uscito dallo scorso anno
Sempre a titolo d’esempio, contro l’Inter la riproposizione di un centrocampo uscito direttamente dallo scorso anno andava nella – comprensibile – direzione di ricercare copertura degli spazi e alleggerire i compiti di corsa all’indietro di Fagioli (contro il Como unico vanamente disposto a fare chilometri di ripiegamenti dopo aver diretto ogni azione offensiva). E, al di là dell’inefficacia del meccanismo – la Fiorentina ne ha guadagnato sì in copertura degli spazi, ma di fatto rinunciando sia a pressare alto che a ripartire per tutta la gara, consegnando il campo a una comunque stanca Inter – preoccupa il fatto che Vanoli si ritrovi a gestire la squadra in modalità “pendolo”: una volta un colpo a destra, una volta a sinistra. Una volta a ricercare le coperture degli spazi, una volta a cercare una forte intensità nella pressione per recuperare alti.
Otto giornate non sono tante ma sono abbastanza per dare a una squadra, persino una squadra che ha già cambiato allenatore, almeno un abbozzo di idea generale su come vuole stare in campo. Invece la Fiorentina è ancora alle prese con i quesiti aperti dal mercato in estate, mentre il suo tecnico è ridotto, nonostante l’abbondanza di talento a disposizione, a dover tirare una coperta che pare sempre corta da qualunque lato. Risolvere un problema del genere è tutto fuorché facile, specie se prima non viene interrotta la spirale di risultati negativi che levano fiducia e predisposizione a trovare soluzioni. Ma sullo sfondo rimane la questione di quanto possa essere debilitante per una struttura non avere creato in primis la giusta sinergia tra le sue componenti, a partire dai momenti di confronto e di scelte in estate. Ormai la frittata è fatta, ma a maggior ragione Paratici ne tenga conto per i tempi immediati e futuri: deve lavorare insieme e in funzione del suo tecnico.


