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Sarà perché a quasi sessant'anni di distanza ho ancora nostalgia della Fiorentina yè yè che, a sorpresa, conquistò il secondo (e ultimo) scudetto viola. 

Sarà perché vedere in campo calciatori provenienti dal proprio vivaio dà un maggior senso di appartenenza della squadra alla città. 

Sarà perché, se non ti puoi permettere Batistuta, Rui Costa, Toni, Mutu, tanto vale giocare la carta delle giovani promesse anziché puntare su qualche vecchio arnese ormai usurato tranne che nell'ingaggio.

Insomma qualche promozione dalla Primavera avrebbe potuto rendere meno deprimente questo finale di stagione.

E invece…

Invece niente. Nel post partita col Sassuolo si è acceso il dibattito sul mancato ingresso in campo del centravanti Braschi, nonostante un risultato bloccato e una capacità offensiva della Fiorentina da fucile a tappo. E allora viene da chiedersi perché sia stato portato in panchina e addirittura fatto riscaldare.

Il fattore coraggio

“Se un giovane è bravo non c'è allenatore che non lo faccia giocare”, sostengono alcuni. Affermazione solo apparentemente incontestabile per due motivi. Il primo: le valutazioni sono soggettive, magari c'è qualche allenatore che non è in grado di capire se un giovane della Primavera è pronto al salto in Serie A, certamente molto difficile. Il secondo: nessuno, pur valutando adeguato un giovane al passaggio in prima squadra, può avere la certezza matematica che l'azzardo si riveli azzeccato. E qui entra in gioco il “fattore coraggio”. Cioè essere pronti a sfidare le critiche in caso di esito negativo. Anche se a Firenze nessun “calciatore yè yè” - e qualche giovane bidone lo abbiamo visto - è mai stato linciato dal pubblico.

Viola Park

Infine una riflessione sul Viola Park. Impegno e zelo a sfornare nuovi talenti è almeno pari a quello di sfornare brioche e cappuccini? 


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