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Fabio Paratici
Fabio Paratici. Foto: Vicario/Fiorentinanews.com

Ha chiesto tempo Fabio Paratici nella sua prima, vera, conferenza da Ds insediato e non appena sbarcato sul pianeta Fiorentina (come fu a febbraio). Lo ha chiesto ad una città che per stereotipo non ne dà ma che poi nei fatti, si è talmente ammorbidita, e calcisticamente afflosciata, che di sicuro non gli verrà negato (d'altronde c'è sicuramente chi darebbe anche una settima occasione a Sottil o è rimasto ipnotizzato dalla prestazione di Christensen all'ultima di campionato).

L'importante, e il vero seme del cambiamento, è che di tempo (e fiducia) non si abusi perché le scottature degli ultimi anni sono state notevoli. Di tempo ne era stato chiesto anche nel 2019 dal presidente Commisso e il credito fu concesso a scatola chiusa, sulle ali dell'entusiasmo per il cambio proprietà. Una fiducia in tal caso mal riposta, fin dalle prime battute perché se si sparacchia a caso e senza una direzione precisa da seguire, è evidente che, con tutta la buona volontà, di meta non se ne raggiunga alcuna. 

Ci sono stati gli anni di Barone e Pradè, a costruire e distruggere di sei mesi in sei mesi, ad allestire rose monche e incoerenti o costringendo allenatori ad adattare (e svilire) calciatori, già di per sé non così straordinari. Mai la sensazione che la Fiorentina stesse costruendo qualcosa ma più l'idea che si campasse alla giornata, stando dietro all'occasione o alla proposta esterna. Un club a gestione familiare, in un settore pieno di squali.

Ecco dunque che sì, il tempo a Paratici va concesso perché realisticamente il ‘tutto e subito’ non è immaginabile. Ma a patto che si prenda una direzione e si inizi davvero a mettere insieme tasselli compatibili e non le toppe e le sparacchiate alla cieca, di recentissima memoria. Che il tempo a Firenze e alla Fiorentina l'hanno fatto perdere, a vantaggio di tanti altri club.


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